Una_storia_triste

Una storia triste, testimonianza di un lutto vissuto in carcere, di Gina Pesolino


Gina_Pesolino

Come si affronta un lutto quando si è detenuti? Ce lo descrive Gina Pesolino con parole semplici che sgorgano dal cuore, parole che si trasformano in poesia

La questione si potrebbe liquidare semplicemente dicendo: “Te la sei cercata”. Forse è così, ma noi non sappiamo cosa abbia commesso Gina Pesolino per scontare una condanna, sappiamo solo che è una madre, ed una figlia, che ha vissuto in carcere una drammatica separazione: il lutto incolmabile di un affetto grandissimo. Noi non commentiamo le sentenze, non esprimiamo giudizi e non puntiamo il dito; noi raccontiamo storie, facciamo “evadere” le parole, lasciamo scorrere i sentimenti semplicemente perché siamo convinti che la pena non debba mai essere un inutile supplizio, ma un percorso verso il reinserimento ed è per questo che rispettiamo il diritto di Gina di raccontare la sua storia triste e di far conoscere la sua poesia

Era una notte d’inverno, esattamente il 24-01-2012, faceva freddo, dormivo tranquillamente nella mia stanza e mio figlio nella sua quando ad un certo punto ho sentito il mio cane abbaiare rabbioso. Erano le ore 03:30, pensavo che fosse un semplice controllo dei carabinieri per verificare se ero in casa in quanto stavo scontando un cumulo di pene con gli affidamenti ai servizi sociali e quindi era d’obbligo sostare in casa dalle ore 21:00 alle ore 07:00. affacciandomi al balcone ho visto quattro persone e lì ho pensato che dovevano fare una perquisizione. Ho svegliato subito mio figlio, ma quando sono entrati in casa mi hanno buttato un fascicolo sul tavolo e mi hanno detto che ero in stato di arresto. Sentivo come se la casa mi crollasse addosso, mi hanno dato il tempo di preparare il borsone con il necessario e mentre preparavo le mie cose pensavo a mia madre che dormiva al piano terra. Non ho voluto svegliarla, era anziana e avevo paura che le succedesse qualcosa. Ho salutato mio figlio e sono salita nella macchina delle forze dell’ordine che mi hanno portata via. Durante il tragitto, all’incirca 60 km per giungere al carcere, pensavo esclusivamente a mio figlio e alla mia cara mamma. Povera donna, al suo risveglio non mi avrebbe più trovata. Quando si è svegliata mio figlio le ha dato la brutta notizia e da quel giorno è iniziato il calvario. Soffrivo giorno dopo giorno e vivevo nella speranza di uscire presto per riprendermi cura nuovamente della mia mamma, ma purtroppo così non è stato. Una sera, dopo cinque mesi che ero dietro le sbarre, vennero due agenti vicino alla mia cella dicendomi che era giunta una notifica dei carabinieri del mio paese. Subito pensai ad un altro mandato di cattura e invece mi dissero che mia madre era stata ricoverata in ospedale perché non stava tanto bene. Mi fecero compilare subito il permesso di necessità per andare a trovarla accompagnata dalla scorta. Il giorno dopo il giudice firmò il permesso e mi portarono scortata in ospedale. Quando vidi mia madre in quel letto rimasi sconvolta, le lacrime si impossessarono del mio viso, non era vero che stava poco bene, era in fin di vita. L’ho vista distesa, inerme in quel letto in terapia intensiva, completamente intubata, a stento l’ho riconosciuta. L’ho potuta vedere solo per un quarto d’ora e poi mi hanno portata via. Dopo circa venti giorni ho avuto la notizia più brutta, più atroce che si può ricevere in questo luogo: mia madre era morta. Il tempo si è fermato, tutto davanti a me è diventato buio, ho perso per sempre un pezzo del mio cuore, da quel giorno non sarei stata più la stessa. Avrei preferito avere dieci mandati di cattura, ma mai una notizia del genere qui dentro. Mi sentivo impotente, sola e vuota in un mondo di morti e mi sentivo morta con lei. Fui accompagnata al suo funerale e mentre ero nel blindato pensavo a quanto, a volte, è crudele il destino. Pensavo e vedevo il suo viso del giorno prima che mi arrestassero, il mio cuore era colmo di sofferenza, rabbia e delusione. Mi chiusi in un guscio come una tartaruga in letargo per mesi. Ho sofferto tanto nella mia vita, ma questa sofferenza rimarrà impressa per sempre nel mio cuore. È a mia madre che dedico questa poesia, alla sua memoria
Mamma, oggi sei stata il mio primo pensiero tu per me sei il legame tra me e la natura. Tu mamma mi hai dato la vita io invece voglio dedicarti qualche minuto in più della mia vita raccogliendomi a meditare sul mistero della tua solitudine. Mamma, le mie frasi ti spettano di diritto perdonami se non sono in grado di offrirti il meglio di me. Tu mamma sei l’incarnazione della mia generosità mai una persona saprà dare qualcosa in cambio di niente e vivere il sacrificio come sai fare tu mamma, quando tutti mi hanno abbandonata restavi solo tu nella mia grandezza. Amo saperti la prima in tutto perché mi sembra dovuto. Mamma, i diritti che potresti rivendicare sono infiniti sei capace di farli riconoscere come simbolo della tua forza. Ti prego mamma ribellati se più importante di te mi considero. Tu mamma rimani unica, sempre. Pronta ad aiutarmi soprattutto nei momenti di bisogno e sconforto ed io non sarò mai in grado di comprendere questo tuo insegnamento.

Tua figlia Gina

Gina Pesolino

carcere di Lecce, 08-11-2015

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