Salento

Un tuffo nel cuore del Salento


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Un tuffo nel cuore del Salento, il nuovo racconto di Lucia Bartolomeo e Cinzia Prinari

È un dipinto con i tratti del sacro e del profano il nuovo racconto di Cinzia Prinari e Lucia Bartolomeo: “Un tuffo nel cuore del Salento” e il suo tratteggio spazia tra il sogno e la realtà che diventano un tutt’uno in un viaggio irreale (o forse no) che muove dalla stazione di Lecce verso una destinazione di liberazione spirituale e che lì ritorna, per ripartire verso una meta più concreta che sottilmente sorride a un lieto fine. Non è il primo racconto che scrivono le ragazze dal carcere di San Nicola e sicuramente non sarà nemmeno l’ultimo, ma al di là del contenuto, sul quale ognuno valuterà in base al proprio gusto, la cosa che lo rende unico va ricercata nelle sue motivazioni, che sono universali: comunicazione e ascolto. A queste donne è stata tolta la libertà, e non vogliamo entrare nel merito delle ragioni, ma al tempo stesso è stata tolta loro anche la parola, cosa inammissibile sotto ogni profilo umano. Noi, sommessamente, cerchiamo di riparare a questo torto

In quella calda mattina d’estate c’era poca gente alla stazione di Lecce. Vittoria fece un respiro profondo per placare la sua ansia di cui soffriva da tempo, posò il suo bagaglio leggero su una panchina e diede uno sguardo ai treni fermi sui binari per individuare quello destinato a lei, sul quale sarebbe salita per andare a Roma.

Aveva scelto la Capitale per caso, ma in realtà un luogo valeva l’altro, aveva solo tanto bisogno di fare un viaggio da sola con i suoi pensieri e vagare per giorni, camminare tanto in luoghi nuovi per iniziare a rendersi conto della libertà riacquistata. Paradossalmente sentiva la necessità di stare in mezzo alla gente, ma nello stesso tempo di stare sola con sé stessa.

Guardò l’orologio e si accorse che era molto in anticipo per la partenza così decise di sedersi e leggere una rivista per passare il tempo. Dai binari si alzava un caldo infernale come se ci fossero dei carboni ardenti sparsi sulla ferrovia, un caldo insopportabile tipico delle estati salentine, ma ogni tanto arrivavano delle ondate di vento che le scompigliavano i lunghi capelli neri e che le davano un leggero sollievo. Era troppo forte la luce del sole e così Vittoria prese i suoi occhiali scuri e se li portò al viso, trovando immediato sollievo per i suoi occhi che ancora non erano abituati alla luce forte poi distolse lo sguardo dal giornale e lo posò al suo fianco, lasciando spazio ai suoi pensieri.

Si guardò intorno osservando il paesaggio che la circondava e fu accolta da un senso di ammirazione, da una straordinaria ricchezza interiore pensando al prezioso dono che è la libertà. Era uscita dal carcere da pochi giorni dove aveva trascorso nove anni della sua vita costretta, per degli errori commessi, ad arrestare la sua esistenza catapultata da un giorno all’altro in una nuova dimensione a lei sconosciuta, ma sentiva dentro di sé come se ne avesse trascorsi molti di più tra quelle mura perché in prigione il tempo non le passava mai e Vittoria aveva avuto l’impressione che le lancette dell’orologio fossero ad un punto fermo, immobili come la sua vita nel freddo sterile di una cella.

Aveva un bisogno impellente di fare quel viaggio in treno con la consapevolezza che non si poteva tornare indietro e cancellare il passato, men che meno annullare gli errori commessi, ma aveva la necessità di riflettere sul suo vissuto e soprattutto di riprendere in mano le redini dei suoi 45 anni di vita riattaccare la spina e ritornare nel caos del mondo reale perché negli ultimi nove anni tutto si era fermato lasciandola avvolta nel silenzio di un tempo sospeso.

Aveva ancora impressa davanti a sé l’immagine di quell’enorme portone che si apriva per restituirla al mondo dei vivi e uscendo non si era mai voltata indietro mentre lo stesso portone si richiudeva alle sue spalle, forse per scaramanzia o semplicemente perché era troppo grande il dolore che si portava dietro insieme ai suoi bagagli, di quegli anni andati, lontana dai suoi affetti più cari e non si era nemmeno girata un istante mentre in auto percorreva la tangenziale che costeggiava il palazzaccio di cemento grigio con quella infinità di sbarre e biancheria appesa alle finestre. Per molto, tantissimo tempo aveva convissuto con quello scenario, ogni giorno, per lunghi anni, sempre …e ora non voleva più vederlo, aveva solo bisogno di riempire di luce e colori i suoi orizzonti, come un arcobaleno dopo un temporale.

La voce dell’altoparlante che annunciava l’imminente partenza di un altro treno la fece sobbalzare e in quel momento Vittoria si alzò in piedi, afferrò la sua valigia e presa da uno strano istinto decise di lanciarsi in quell’avventura, perché sentiva che era su quel treno che doveva necessariamente salire. Non sapeva dove l’avrebbe portata e neanche le importava sentiva solo dentro di sé una voce una voce che le sussurrava che era quello giusto e che doveva assolutamente cogliere l’attimo e non fare come in passato che di treni ne erano passati nella sua vita, ma lei li aveva sempre persi.

E fu così che iniziò il suo viaggio, salì i pochi scalini, si voltò un attimo indietro e salutò la sua Lecce. Non sapeva quando sarebbe ritornata, ma di sicuro sarebbe stata un’esperienza unica che l’avrebbe fatta riemergere dalle profonde acque in cui negli ultimi anni era sprofondata. Il treno iniziò pian piano a muoversi ed iniziò a prendere velocità così Vittoria, seduta vicino al finestrino, si perse con lo sguardo nella bellezza del paesaggio che le scorreva davanti agli occhi: intere distese di alberi d’olivo e terra rossa, campi di grano e, a tratti, piantagioni di girasoli. Era sempre stata legata alle radici della propria terra e non aveva mai avvertito la necessità di trasferirsi altrove per abbandonare la sua città della quale andava orgogliosa per la sua arte.

Adorava il Salento, per la luce del sole, la bellezza del mare e le carezze del vento e soprattutto per le numerose feste patronali e le sagre che caratterizzavano le estati salentine e che lei, da anni purtroppo, non aveva più frequentato a causa del suo stato di reclusione. Si sentiva stregata da quel panorama che allietava la sua visuale e che la faceva perdere nei suoi ricordi del passato, ma nello stesso tempo non riusciva a sentirsi serena perché la tristezza e la malinconia prendevano il sopravvento, riportandola col pensiero a quel luogo tetro e grigio in cui aveva consumato nove anni della sua vita. Decise di farsi compagnia con della musica e si infilò le cuffie della radiolina alle orecchie, poi si alzò in piedi per fare due passi nel corridoio e magari informarsi da qualche altro passeggero dov’era diretto quel treno che lei aveva preso allo sbaraglio, ma con grande stupore e meraviglia si accorse che non c’era anima viva perché tutti gli scompartimenti erano vuoti.

Cavolo!– esclamò Vittoria –Sembra un treno fantasma!– Andò avanti e indietro alla ricerca di qualcuno ma dopo un po’ si arrese all’evidenza: era sola, completamente sola. Stranamente però, non sopraggiunse la paura dentro di sé, anzi avvertì molta curiosità in quella strana situazione che si era creata e così Vittoria tornò a sedersi al suo posto, vicino al finestrino anche se in realtà poteva sedersi ovunque, ma non lo fece e rimase fedele a quello scelto in partenza.

Mentre era lì, assolta nei pensieri, i ricordi la riportarono alle compagne che aveva lasciato in carcere, con le quali aveva condiviso tanti momenti di sofferenza e che erano diventate la sua famiglia, nella ristrettezza di quelle mura. Il giorno che era stata restituita alla libertà avrebbe voluto portarle via con sé e aveva provato tanto dolore quando, abbracciandole, aveva visto il loro volto rigato dalle lacrime ed inevitabilmente anche lei aveva reagito allo stesso modo. Non sapeva se un giorno si sarebbero riviste, ma di sicuro le avrebbe portate nel suo cuore per sempre.

Ad un tratto lo sguardo le cadde sulla cappelliera e notò che vi era appoggiato un libro dal colore rosso porpora, tutto impolverato, come se giacesse lì da tempo. Lo prese e si accorse che era molto vecchio, lo spolverò un poco e vide che sulla copertina vi era raffigurato un grosso ragno e una scritta: “Salento”. Ne restò affascinata e non perse tempo ad aprirlo per leggerlo. Il libro narrava di leggende e credenze popolari, usi e costumi che richiamavano alla memoria le sue tradizioni. Lesse di streghe, di maghi e di sortilegi e ancora di leggende e filastrocche.

A un tratto si soffermò a guardare l’immagine ritratta di un folletto che era tutto vestito di nero e aveva le orecchie e il naso appuntiti tanto da sembrare un vero e proprio mostriciattolo. Si sentì osservata da quello strano omino ed anche molto suggestionata perché le sembrava che quell’essere la guardasse profondamente negli occhi e le facesse delle strane smorfie. Aveva sentito parlare, secondo le dicerie popolari, di questi bizzarri folletti che compivano mille stranezze, impossessandosi di abitazioni e di luoghi comuni, potevano assumere nei confronti delle persone un atteggiamento benevolo, ma potevano anche diventare ostili sino al punto di costringere le persone ad abbandonare le loro case. Se il folletto voleva bene aveva tanti modi per dimostrarlo se invece si incattiviva per chi incrociava il loro cammino erano guai. Vittoria lo guardò ancora una volta e notò che la sua posizione nel ritratto era improvvisamente cambiata. Si strofinò gli occhi per capire se avesse avuto uno sdoppiamento di vista, ma si rese conto che non si era sbagliata! quell’esserino si muoveva su quel foglio e sembrava che si stesse stiracchiando le braccia come se si fosse appena svegliato da un sonno profondo.

Perché mi fissi?– disse l’omino a Vittoria che nel frattempo, spiazzata da quella voce aveva avuto un brivido improvviso su tutto il corpo e il libro le era scivolato per terra. –Hei! Ma che modi sono questi!? Stai attenta per favore, vuoi farmi rompere la testa?– la rimproverò quella voce irreale. Vittoria, dal canto suo, non ci stava capendo più nulla, era tutto così misterioso ciò che le stava accadendo che pensò di aver perso il lume della ragione.

Scusami, non l’ho fatto apposta a farti cadere– le rispose lei mortificata e si piegò per recuperare il libro poi pensò fra sé e sé: –Ma guarda un po’ che brutta fine ho fatto, sto parlando da sola– e scoppiò in una risata isterica.

Guarda che non stai parlando da sola e se pensi che io sia solo il frutto di una tua allucinazione ti sbagli di grosso!– la incalzò lui –Ma dimmi un po’, toglimi una curiosità: perché sei arrivata qui a disturbare il mio dolce sonno? Erano anni che nessuno saliva più su questo treno ed io ero assorto nel mio riposo– continuò l’omino.

Non lo so, non saprei dirti perché mi trovo su questo strano treno, so soltanto che ero seduta alla stazione in attesa del treno per Roma e all’improvviso ho sentito come un richiamo che mi diceva che era qui che dovevo salire a tutti i costi. Non so nemmeno dov’è diretto, dove mi porterà. Non capisco il senso di tutto questo, come non capisco il fatto che mi ritrovo a parlare con una figura ritratta su un libro– disse Vittoria guardandolo.

Eeeeh …cara ragazza, se proprio lo vuoi sapere questo treno non ha una meta stabilita e se vuoi scoprire dove ti porterà devi scavare dentro di te, nella tua anima perché questo è il treno del tuo inconscio, del tuo vissuto, è il treno dei ricordi, delle paure, del tuo dolore e solo quando ti sentirai pronta a scendere e iniziare a rivivere si fermerà e ti restituirà al mondo reale– le disse il folletto teneramente.

Allora se le cose stanno così vorrei che questo viaggio non finisse mai perché la sofferenza che è dentro di me mi impedisce di sentirmi viva e di riprendere da dove ho lasciato prima di entrare in carcere– Vittoria si accasciò sul sedile e si perse con lo sguardo al di là del finestrino.

Vittoria, Vittoria! Tu non rendi giustizia a quel be nome che porti– la canzonò il folletto. –La verità è che tu sei rimasta incastrata fra due realtà completamente differenti: un mondo chiuso, fatto di ristrettezze, di privazioni e di emarginazione da dove potevi vedere solo un pezzetto di cielo attraverso le sbarre e il mondo di fuori che è il mondo dei vivi, il mondo della vera vita

Te l’ho detto, non ci capisco più niente, so soltanto che da quando sono salita su questo treno ho ritrovato la calma, il mio cuore ha ritrovato il suo ritmo regolare e non avverto più quell’ansia che mi stava tormentando l’anima. Qui mi sento come se fossi in un rifugio e questa solitudine non la sto vivendo in maniera scomoda, anzi, mi fa sentire serena e in pace con me stessa, lontana dal mondo reale nel quale da poco sono tornata– rispose Vittoria con aria afflitta. –Ma …dimmi un po’ …tu che ne sai di me? Come fai a sapere dei miei vissuti?– chiese lei con aria sospettosa.

Carissima giovincella io so tutto di te, dal momento che hai intrapreso questo viaggio. Ho sentito il pianto del tuo cuore, ho visto attraverso lo specchio della tua anima le ferite interiori che sanguinano ininterrottamente e che ancora non accennano a cicatrizzarsi, ma sappi che questo è il viaggio della verità che ti farà confrontare con i tuoi fantasmi

Ma io non sono ancora pronta per questo–  disse Vittoria già sul punto di piangere

Abbi fiducia il te stessa, ci riuscirai, apprezzerai di nuovo il bene perché hai conosciuto il male, riuscirai ad apprezzare la vita perché sei passata attraverso la morte e più che mai capirai la tua “assenza” nel periodo in cui sei stata dentro quelle mura, un misto di rigetto e di paura e infine ti renderai conto di essere uscita da quel posto e di tutto ciò che ti è stato tolto

Ti prego fermati, non aggiungere altro– disse Vittoria portandosi le mani alle orecchie per non sentire ciò che lui diceva. –Si lo so, è doloroso per te quello che ti sto dicendo, pensavi già di sapere tutto quando eri ristretta in una cella, ma non è così altrimenti saresti impazzita ogni secondo delle tue giornate– continuava a dirgli l’omino mettendola a duro confronto con la realtà

Quello che ti è stato tolto non lo si può descrivere a parole, lo sentirai e lo capirai. È tanto, molto di più di quello che pensi ora– A quel punto Vittoria, che si sentiva soffocare sempre più da quelle parole che arrivavano come lance contro il suo petto, lanciò un urlo forte e prolungato, quasi liberatorio e ad un tratto una forte raffica di vento s’intrufolò da finestrino facendo volare tutto all’interno della carrozza compreso il libro, dal quale volò via un foglio. Vittoria cercava di afferrarlo, ma il vento lo faceva rotolare lungo il corridoio.

Con uno slancio si gettò per terra e finalmente riuscì ad afferrarlo. Il vento si fece sempre più forte e travolgente tanto che Vittoria si sentiva spingere sempre di più verso la porta che nel frattempo si era spalancata violentemente …mentre il treno continuava la sua corsa. Fu presa dal terrore perché si rendeva conto che era a due soli passi dal precipitare giù e sfracellarsi sui binari e ciò che le venne più spontaneo in quel momento fu di invocare sua madre e farsi il segno della croce dopo di che perse il contatto con la realtà abbandonandosi a quel terribile destino, ma una mano rassicurante la afferrò per un braccio e la trascinò con sé impedendole di precipitare nel vuoto e si sentì come risucchiata da un vortice.

Passò un po’ di tempo prima che tornasse a connettere e quando fu completamente in sé iniziò a borbottare: –Ma che diavolo è successo!?– mentre con una mano si ricomponeva i vestiti –…e dove sono finita?

È successo che è giunta l’ora cara Vittoria, ora sei pronta– disse una voce che le giungeva da dietro. Vittoria si voltò di scatto e vide vicino a lei il folletto in carne ed ossa, non più raffigurato nel libro.

È giunto il momento per riprendere il tuo cammino interrottosi nove anni fa e si comincia proprio da qui– continuò lui.

Ma …ma come hai fatto a materializzarti e a prendere le sembianze di un umano?– chiese lei perplessa e meravigliata.

È stata la tua forza di volontà a farmi saltare con te nel vortice. Stavi per precipitare giù, ma ti sei aggrappata con tutte le tue forze per non scivolare nell’oblio e hai invocato il nome della persona che più hai amato a questo mondo: tua madre

Allora sei stato tu a salvarmi! Tu mi hai teso la mano!

No Vittoria, non era la mia mano, ma in realtà… ma ora dobbiamo andare, non c’è molto tempo e questa tappa è la più importante di tutto il viaggio– le disse il folletto spronandola a rimettersi in piedi.

Ma dove ci troviamo?– chiese lei guardandosi intorno –e dov’è finito il treno?

Tranquilla Vittoria, il viaggio non è ancora finito e il treno in questo momento non lo vedi con i tuoi occhi, in realtà ci stiamo ancora sopra, ma… questa è la tappa decisiva, il senso a tutto ciò che per te ha significato viaggio, dalle origini-. Il folletto le tese la mano e la invitò a seguirlo per quel sentiero che era davanti a loro.

Lei lo seguì incuriosita ed intrapresero il cammino a piedi lungo una strada sterrata che conduceva al paese che si scorgeva in lontananza. Camminarono a lungo sotto il sole cocente e finalmente e finalmente raggiunsero il paesino ritrovandosi in una piazza che era praticamente deserta, davanti a loro si presentava un antico santuario.

Ma che paese è questo?– domandò Vittoria

Siamoooo …magari te lo dico dopo dove siamo cara Vittoria. Su dai, andiamo!– rispose il folletto e continuarono il percorso.

Ma io non vedo nessuno qui– continuava a chiedere Vittoria un po’ ansiosa.

Vedrai Vittoria, vedrai, se tu sei pronta vedrai ciò che in questi anni non hai mai voluto vedere

Aspetta un attimo– disse la donna fermandosi di scatto –Non penserai mica di farmi entrare in quella chiesa?

Certo che si, Vittoria, guardati un po’ in tasca, ti ricordi cosa hai trovato sul treno?– Vittoria infilò la mano nella tasca dei pantaloni, tirò fuori un biglietto di condoglianze e ne rimase turbata.

Questo foglio è volato via dal libro ed io l’ho inseguito per prenderlo, ma non avevo visto di cosa si trattava– disse Vittoria perplessa

Lo so che ce l’hai con Dio per tutto quello che hai passato ed è da qualche anno che non metti più piede in chiesa, ma ora devi affrontare, non puoi più tirarti indietro, devi superare le barriere che ti sei costruita per sopravvivere altrimenti resterai a dannarti per sempre

A quel punto l’omino la prese per mano nuovamente e la condusse verso l’antico santuario. Man mano che si avvicinavano alle scale della chiesa Vittoria notò che vi erano poggiate al muro delle corone di fiori. Fu invasa da un forte brivido perché capì che all’interno si stava svolgendo un funerale. Varcata la soglia notò che vi era in corso una funzione religiosa e un de profundis in latino veniva cantato a squarciagola, sembrava un funerale d’altri tempi. C’erano tante donne vestite di nero che singhiozzavano tenendo in mano un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Vittoria si sentì mancare l’aria e la terra da sotto i piedi, si sedette all’ultimo banco per passare inosservata, ma in realtà nessuno si era accorto della sua presenza.

Le lacrime iniziarono a scendere sul suo viso senza che lei potesse far nulla per fermarle. Voleva gridare, disperarsi, ma dalla gola non le usciva nessun suono. Si alzò veloce in piedi e scappò verso l’uscita, ma la porta non era più aperta, era completamente sigillata e si rese conto che non poteva più sfuggire a quella dura realtà anzi, ci si stava confrontando in pieno sbattendoci letteralmente contro. Si voltò verso l’altare, tenendosi appoggiata alla porta per non cadere visto che le gambe le tremavano; vide tanti lumini accesi ed una bara nello sfondo che veniva benedetta dal sacerdote. Le tornarono a raffica i ricordi che le tempestarono il cervello. Ricordò la voce del cappellano del carcere quando tre anni prima, tra quelle mura, le aveva dato l’atroce notizia della morte di sua madre. Il suo cuore si era oscurato e aveva smesso di credere nella vita, sentendosi morta dentro.

Cara ragazza è giunto il momento di viverti il tuo lutto e di lasciare tua madre libera per il trapasso– le disse il folletto posandole una rosa bianca in mano.

È il momento che tu lo faccia perché solo così potrai ripartire con la tua vita– continuò

No, non posso– disse Vittoria in lacrime –Lei era mia madre capisci? Mia madre, la sola al mondo che mi ha veramente compreso, una persona insostituibile e con la sua morte se n’è andata via una parte di me, per sempre

Vittoria lei vive in te e non ti ha mai lasciata veramente, vive nei tuoi ricordi e tu non sarai mai sola perché lei sarà la tua ombra e ti proteggerà fino alla fine dei tuoi giorni– la consolò l’omino

Oggi finalmente puoi piangere, disperarti e tirare fuori tutto il tuo dolore– Allora Vittoria si fece coraggio e iniziò a piccoli passi a dirigersi verso l’altare con le gambe tremanti, raggiungendo il feretro. Posò il fiore sulla bara chiusa, si fece il segno della croce ed iniziò a pregare. Lo fece per ore e ore fino a che il suono delle campane la costrinse a ritornare alla realtà e si rese conto che in quella chiesa non c’era più nessuno. Era rimasta inginocchiata per tanto tempo che non si era nemmeno resa conto, talmente era assorta nella sua preghiera, che la bara era stata portata via.

Sentì un sollievo dentro di lei che non avvertiva da molti anni, era come se un grosso macigno fosse stato rimosso dal suo cuore. –Adesso ho capito chi mi ha teso la mano su quel treno per non farmi precipitare nel vuoto!– esclamò Vittoria con aria serena. Allora si voltò verso l’uscita e a passo lento attraversò il corridoio e notò che la porta della chiesa era aperta e da essa filtrava di nuovo la luce accecante del sole. Vide in contro luce una sagoma che veniva verso di lei, pensò che fosse il suo amico folletto, ma riflettendo bene si rese conto che non poteva essere lui perché l’uomo che le veniva incontro era alto ed indossava l’abito talare nero. Era il prete che aveva visto prima celebrare il funerale.

Vittoria si bloccò al centro del corridoio ed incrociò i suoi profondi occhi azzurri non riuscendo a pronunciare nemmeno una parola. Lui invece si fermò un attimo di fronte a lei e le mise al collo una corona del rosario, poi le posò la mano sul capo e si congedò da lei, ma mentre camminava le disse: –Ricordati Vittoria, la sofferenza passa, ma non passerai mai l’aver sofferto. Oggi però sei riemersa dalle ceneri e la vita ti aspetta– A quel punto Vittoria capì che era giunto il momento di lasciare quel luogo sacro per proiettarsi al di fuori dove ricominciare una nuova vita.

Cercò di vedere dove fosse il suo amico folletto, ma non lo vide da nessuna parte e capì che sicuramente il loro cammino insieme era terminato e che ora avrebbe dovuto continuare da sola. Uscì dalla chiesa, tirò un respiro profondo e guardò la piazza davanti a sé che non era più deserta, ma piena di gente che batteva le mani a ritmo di musica, mentre le donne, vestite con gonne lunghe e lo scialle in mano, saltavano nella danza della “pizzica pizzica”. Il folletto, dal canto suo, la osservava da lontano divertito, senza farsi vedere da lei perché sapeva che le feste tradizionali dei paesi salentini le erano sempre piaciute e lì aveva ritrovato le sue usanze. Mentre Vittoria percorreva la strada tra la folla una donna la prese per mano e la tirò con sé mettendole uno scialle rosso di pizzo sulle spalle.

Ma dove siamo?– chiese Vittoria incuriosita

Bella donna, oggi è il 16 di agosto ed è San Rocco, siamo a Torre Paduli e qui si respira aria di festa fatta di musica e danze popolari. Guardati intorno: suonatori e danzatori, guarda come si cercano, come si raccontano! Ballano e suonano andando di ronda in ronda, si staccano, si dividono e poi ricominciano alla ricerca dell’unità, proprio quello di cui hai bisogno tu, riunirti col tuo mondo ed oggi è il tuo giorno fortunato– Vittoria in quella magica atmosfera provò un senso di rinascita e fu invasa da un’energia positiva che le attraversò tutto il corpo respirando la tanto agognata libertà. Si guardò un po’ intorno per godersi quello scenario di festa che era davanti ai suoi occhi poi, osservando il rosario che portava appeso al collo si fece nuovamente il segno della croce. Infine si buttò nella ronda e iniziò a danzare a piedi scalzi fra la gente come una vera e propria tarantata mentre una coppia di ballerini si sfidava in un duello teatrale mimando il coltello col pollice e l’indice dando vita alla danza scherma.

Si diceva che il santo partono della festa fosse un cavaliere francese arrestato dai pisani perché accusato di spionaggio in favore dei francesi e quindi rinchiuso nelle prigioni della città. In carcere Rocco rimase per tutta la vita e vi morì dopo diversi anni passati ad insegnare ai suoi compagni di prigionia l’unica cosa che sapesse fare: tirare di scherma. Vittoria ballò tanto, ma talmente tanto a ritmo frenetico, fino allo sfinimento, come se fosse ipnotizzata dal suono della musica. Come se finalmente fosse riuscita ad espellere il veleno del dolore che si era portata dentro per tanti anni e le sue sofferenze erano cessate. Dopo aver ballato incessantemente tutta la sera e poi la notte fino all’alba cadde a terra esausta.

Sentiva in lontananza il suono dei tamburelli riecheggiare nelle sue orecchie, aprì gli occhi intontita e si accorse che era la suoneria del suo cellulare che stava squillando di continuo, si guardò intorno e si accorse che si era addormentata sulla panchina alla stazione di Lecce. Guardò al suo fianco e vi trovò posato il libro che aveva trovato sul treno della sua immaginazione, visto che non si era mai mossa da lì, ma che si era semplicemente appisolata sulla panchina. Aprì velocemente il libro per vedere se vi fosse raffigurato il suo amico folletto, il suo compagno di viaggio nel suo sogno e lo vide. Si, era proprio lì, immobile, seduto su un enorme masso poi notò che all’interno del libro c’era anche una partecipazione di nozze.

Questo è un segno– disse Vittoria contenta di avere il suo libro con sé –Non può essere tutta una coincidenza, l’ho sognato questo libro ed ora me lo ritrovo tra le mani-. Se lo strinse al petto e dopodiché si alzò in piedi, afferrò la sua valigia e si recò verso l’uscita della stazione, ma una voce che si rivolgeva a lei attirò la sua attenzione facendola voltare

Mi scusi, le è caduto questo– disse un uomo alto porgendole un rosario. Vittoria rimase colpita da quella presenza e soprattutto da quegli occhi azzurri che riconobbe subito e prese il rosario dalle mani di quell’uomo che le trasmisero un calore enorme, proprio come la mano del sacerdote posata sul suo capo in quell’antico santuario. Restò senza parole perché era proprio lui, l’uomo che aveva incrociato il suo cammino lungo il corridoio della chiesa, vestito da prete eppure era stato un viaggio fantasma il suo, ma tante cose le sembravano incredibilmente reali. Vittoria lo guardava incantata e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola.

Per caso sa indicarmi la strada per Sant’Oronzo? Sono appena arrivato da Roma e sono invitato ad un matrimonio– chiese l’uomo misterioso facendola ritornare con i piedi per terra.

Oh si, certo!– rispose Vittoria un po’ impacciata –Se vuole la posso accompagnare io visto che vado proprio al centro– lo invitò con un sorriso. l’uomo notò che Vittoria aveva in mano una partecipazione di nozze uguale alla sua e le chiese: –Ma anche lei è invitata a quel matrimonio?

Beh si, in effetti anche io sono invitata– gli rispose in maniera istintiva consapevole di aver detto un’idiozia.

Ma è straordinario! Allora cosa stiamo aspettando? Andiamo insieme– le disse l’uomo entusiasta.

Ma …ma per caso il matrimonio lo deve celebrare lei?– domandò Vittoria guardandolo dalla testa ai piedi per vedere se in lui ci fosse qualche cosa che potesse farlo assomigliare a un prete.

No no– disse lui ridendo –Perché? Ho l’aria di un sacerdote?

No dicevo così per caso– rispose Vittoria emettendo un respiro di sollievo. Presero i loro bagagli e uscirono insieme dalla stazione aspettando il taxi che li avrebbe portati al centro città. Vittoria ripensò al suo amico folletto e capì che quell’incontro non era stato casuale. Mentre era seduta in macchina accanto a quell’uomo affascinante di cui non conosceva nemmeno il nome aprì di nuovo il libro e guardando l’omino ritratto si accorse che le stava strizzando l’occhio e quindi il pensiero che aveva avuto era quello giusto.

C.C. di Lecce 13/07/2016 Lucia Bartolomeo e Cinzia Prinari

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