Sacramento_in_carcere

Il sacramento del matrimonio nella realtà del carcere


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Cos’è un sacramento? È il legame che lega l’uomo a Dio

Non è semplice rispondere all’interrogativo con cui Cinzia Prinari termina le sue riflessioni, lei considera da una parte le fredde regole sulla detenzione imposte dalla legge e dall’altra l’intimità e la sacralità di sentimenti imponderabili, come l’amore e il senso di famiglia. Tra i due, come ago della bilancia, la sensibilità di chi ha il dovere di stabilire una pena, possibilmente equa. Già in un’altra occasione, su queste pagine, Cinzia si era soffermata sull’argomento evidenziando come le inevitabili pene accessorie spesso ricadano direttamente sulla sfera affettiva e familiare del condannato, noi non possiamo che prenderne atto, ma la denuncia che fa questa donna tocca le coscienze: è pur vero, come lei stessa ammette, che la società va risarcita del danno subito, ma questo risarcimento non deve oltrepassare i limiti della dignità individuale, non è ammesso, non è consentito e non è contemplato anzi, la pena deve sempre tendere alla rieducazione del condannato non già all’annichilimento o alla vessazione. Del resto la questione sollevata da Cinzia si innesta su una più ampia discussione che tocca la pena dell’ergastolo, con le sue possibili eccezioni di costituzionalità e il 41bis, spesso applicato impropriamente o, in taluni casi, oltre i limiti della ragionevolezza.

Ecco le sue considerazioni:

Ogni sacramento ha un aspetto visibile ed uno invisibile avvolto dal mistero, ma fra di essi vi è la stessa relazione che c’è in noi tra il corpo e l’anima. Da secoli la chiesa ha elevato il matrimonio alla dignità di sacramento proclamando “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito”. Anche nella Genesi è scritto: “Saranno due in una carne sola” Inizio non a caso questo scritto facendo dei riferimenti alle leggi della chiesa sul sacro vincolo del matrimonio perché è proprio di questo che oggi voglio parlare. E allora cos’è il matrimonio? È il congiungimento di due persona davanti allo Stato e alla Chiesa che in nome di un sentimento che si chiama “amore” si promettono fedeltà finché morte non li separi, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, in ricchezza e in povertà. Due persone che si uniscono creano una famiglia dalla quale verranno generati dei figli, frutto del loro amore e per i quali ogni genitore degno di questo nome darebbe la propria vita per loro e ancora, nel matrimonio si cita: “Nella buona e nella cattiva sorte” e su questo voglio aprire una parentesi parlando di una delle ingiustizie che permette la legge quando viola questo vincolo. Può un giudice violare un sacramento decidendo che un uomo debba disconoscere la propria moglie usando la parola “mafia” oppure fare disconoscere la carne della propria carne facendo abuso del suo potere e non applicare dei benefici che gli spettano per legge? Mi chiedo dove inizia la giustizia e dove termina l’ingiustizia, perché un uomo deve pagare un prezzo così alto, più della condanna che riporta? Nessun giudice dovrebbe esercitare la pressione morale dell’uomo! La ritengo incostituzionale e al di là di quanto un detenuto debba scontare una pena, l’amore per la propria famiglia è più forte e quasi sempre sceglie di fare rinuncia a questi benefici perché neanche la libertà ha il valore dell’amore della carne e della propria famiglia, ma chiedo una riflessione su questo: un magistrato può pensare al di là delle leggi? Può farne abuso non tenendo conto che un giorno di libertà negato è un giorno in più di perdita della dignità dell’uomo? Può mettere in discussione anche il sacro vincolo del matrimonio? Perché questo è tutelato, lo dice la legge e viene registrato come “stato di fatto”. Ognuno di noi ha l’obbligo di scontare la pena, ma che sia “libero” di restare figlio, padre o madre, moglie o marito senza subire l’ingiustizia di una giustizia.

Lecce, 17/07/2016                                Cinzia Prinari C.C. di Lecce

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