Carcere_e_libertà

Noi, fuori dal carcere, privati della libertà di guardare


Carcere_e_libertà

via Del Pratello

Impedire di guardare è un limite alla libertà e noi, fuori dal carcere, siamo liberi a metà

Quando frequentavo l’università di Firenze mi recavo spesso a Bologna, erano gli indimenticabili anni ’80 a Bologna c’era il DAMS, molta gente era ancora “di sinistra” e la Rossa rimaneva ammantata di un suo fascino tutto particolare, era la città dei fermenti culturali, dei Centri Sociali, degli scontri in piazza e dove, nonostante tutto, punk e “fricchettoni” convivevano pacificamente con i pensionati sotto la statua del Nettuno. Uno dei luoghi più frequentati, a quel tempo, era via Del Pratello, uno strano incontro di realtà differenti: artisti, studenti, squatters, ubriaconi, prostitute e spacciatori che frequentavano le stesse osterie, che bevevano lo stesso vino spesso in compagnia di persone più anziane, uomini e donne dal passato misterioso e ricco di racconti. Si viveva bene a Bologna negli anni ’80. Circa a metà di via Del Pratello c’erano, e ci saranno tuttora, gli Uffici Giudiziari del Tribunale per i minori, per tutti il carcere minorile e davanti a quell’alto muro bianco ci passavo quasi tutti i giorni, visto che in fondo alla strada c’era una copisteria che a noi studenti faceva dei prezzi di favore anzi, se portavamo documenti o volantini da stampare con vaghi, o palesi, contenuti “rivoluzionari” (a quel tempo si credeva ancora che la rivoluzione fosse possibile), ci faceva andare via senza pagare …era un anarchico. Quel lungo muro bianco isolava inesorabilmente una parte di città, mi incuriosiva …spesso mi soffermavo davanti al suo cancello per dare una sbirciata all’interno: un cortile non troppo grande e la facciata di un edificio con un reticolato di finestre tutte rigorosamente munite di inferriate e tutte uguali, solo qualche panno appeso qua e là dava a tratti un tocco di colore. Pareva privo di vita se non fosse stato per qualche avvocato che entrava da una porticina laterale o le poche guardie che s’intravvedevano ogni tanto. Per quanto mi sforzassi di vedere al di là di quelle sbarre, l’unica cosa che potevo osservare erano, alle volte, delle braccia annoiate che penzolavano in cerca di aria pura. Avrei voluto varcare quel cancello, entrare in quei corridoi che immaginavo grigi, con la vernice intaccata dalla ruggine e dall’umidità per conoscere quelle anime perse, quei “futuri interrotti” e capire perché. Io, appena maggiorenne, mi domandavo come vivessero ragazzi più giovani di me in una realtà così soffocante, come trascorressero le loro giornate, che progetti avessero per il futuro. Studiavano? Si preparavano a un lavoro oppure tessevano piani più audaci da mettere in atto una volta usciti fuori?

Quei dubbi non sono mai svaniti e col passare del tempo, ripensando a quei ricordi, si è fatta strada in me una nuova immagine del concetto di libertà: il carcere “esclude”, inesorabilmente, non si fa permeare, almeno non facilmente, ma non si limita a farlo solo con i reclusi, lo fa con la società, lo fa con me che non posso posare lo sguardo al suo interno, per capire, per conoscere. Il carcere limita la libertà, di tutti, al di qua o al di là del muro …eppure sono entrato. No, non da carcerato ci sono entrato solo con le parole, con le lettere perché volevo soddisfare quella mia curiosità: quali mostri, quali dannati meritavano una fine così cupa? Da cosa mi teneva al sicuro lo Stato per erigere barriere così impenetrabili? Siamo forse così fragili che il semplice contatto con un detenuto può fare di noi dei potenziali criminali oppure è il contrario?

Oggi, alla luce delle mie esperienze e di quelle tante lettere che ricevo in risposta sono convinto della seconda ipotesi: quelle lettere parlano di altre cose, mai di vendetta o di rivalsa e nemmeno di rassegnazione. Parlano di nostalgia, di rimpianto, chiedono solo di essere lette senza troppo giudicare, che il Giudizio c’è già stato, chiedono di “rimettersi in gioco”, di poter ritentare e forse di porre dei rimedi ai propri errori, di riconquistarsi il rispetto con le azioni …ma se non ne hanno la possibilità resteranno solo voci nel silenzio e noi, come coloro che stanno dalla parte sbagliata del muro, siamo privati della libertà di conoscere, di sapere

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