Gioia_Rosa

Gioia Rosa, un altro frammento di vita


Rosa_Gioia

Un frammento di vita di Rosa Gioia, così come lo ha voluto raccontare, senza nascondersi

Rosa Gioia non si nasconde, anzi, ha voglia di raccontarsi, anche nei piccoli frammenti di vita, una vita per certi versi diversa dalla nostra o meglio: “per tanti versi” diversa dalla nostra perché questi pensieri li ha scritti in carcere, una realtà che noi facciamo fatica a immaginare eppure, pensandoci, possiamo fare una scelta: ignorare, perché ci sappiamo al di fuori o comprendere, perché, al di là di quello che Rosa abbia potuto compiere nella sua vita, sta scontando la pena che le è stata inflitta, sta pareggiando i suoi conti? Se decidiamo di ignorare non saremo giudicati, saremo solo “ignoranti”, nel senso letterale del termine, ma se decideremo di comprendere ci sarà più facile capire che la vita di Rosa, in realtà, non è poi così diversa dalla nostra. Rosa Gioia ama, gioisce, soffre come tutti noi, semplicemente

Sono Rosa Gioia e vi voglio raccontare un altro pezzo della mia vita, di quando ero nella sezione di alta sicurezza. Oggi invece mi trovo nella “sezione comuni” in quanto mi sono caduti degli articoli. Quegli anni sono stati particolarmente dolorosi per me, lavoravo nella cucina e quel lavoro l’ho svolto per tre anni impegnandomi al massimo. Un bel giorno, dopo il turno, come di consueto sono salita in cella e mentre ridevo e scherzavo con la mia compagna di stanza ricevo una lettera di mio figlio dove leggo: “Mamma non stare male, ma ho avuto un malore e mi hanno portato in ospedale dove i medici mi hanno detto che ho una deformazione grave al cuore dalla nascita” In quel momento ho sentito che le mie gambe stavano per cedere, fino a quel momento avevo sempre saputo che mio figlio era sano e in 25 anni non mi ero accorta che aveva questa malformazione. Lui lavorava in carcere nel settore lavanderia, purtroppo anche lui detenuto. Un giorno si è sentito male e così è iniziata un’odissea di dolore e di sofferenza stando in carcere e non potergli stare vicino. Pregavo ogni giorno Dio che prendesse me al posto di mio figlio. Una sera parlavo con la mia compagna di cella e sentendomi molto stanca decisi di andare a letto e durante la notte ebbi un dolore fortissimo al petto. Cercai con le mie sole forze di raggiungere il campanello del richiamo degli assistenti penitenziari e mentre ero in piedi mi girai verso il cancello della cella e vidi lì vicino un uomo vestito da dottore con un profumo di gelsomino che mi disse: “Gioia sei pronta?” Era come se stessi vivendo in un’altra dimensione. Lo guardai tenendomi una mano sul petto e gli dissi con tono arrabbiato: “No, non sono pronta, ho la mia nipotina!” e avviandomi verso il mio letto presi la bottiglia dell’acqua e mi bagnai il viso per potermi rianimare e subito dopo mi accasciai perdendo perdendo conoscenza, vedendo una luce gialla come il sole. Al mio risveglio mi trovai nell’infermeria del carcere con le flebo attaccate e il medico vicino a me. Gli dissi: “Dottore, ma io sto bene” e ad un tratto mi venne di nuovo un dolore forte al petto così chiamarono il pronto soccorso e, giunta un’ambulanza del 118, mi portarono in ospedale. Durante il tragitto il dolore mi passò del tutto. Giunta in ospedale mi portarono, con la flebo attaccata al braccio, in una stanzetta ed arrivarono un medico e un’infermiera che mi dissero di stare tranquilla che era tutto a posto così rimasi con tre agenti uomini e un’assistente donna. Ad un certo punto sentimmo recitare un rosario dietro una porta, guardai verso la finestra e mi accorsi che era buio e così l’assistente chiese ad uno degli agenti: “Chi è?”, ma dietro la porta non c’era nessuno e guardandoci in faccia capii che era per me e mi misi a piangere, tutti ci facemmo il segno della croce. Lì ho capito che quello era un segno del Signore e per questo dico grazie a Dio e alla vita. Da questa esperienza ho capito quanto la vita è preziosa e vada vissuta ogni singolo attimo. Oggi, sapere che mio figlio sta bene, fa stare bene anche me.

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