Furto_d'infanzia

Furto d’infanzia


Furto_d'infanzia

Furto d’infanzia è un’amara considerazione su come, alle volte, la giustizia venga applicata in maniera fredda, quasi automatica, schematica, non considerando tutte quelle variabili di carattere umano che ruotano intorno al condannato.

Il furto d’infanzia ce lo racconta Lucia descrivendoci il calvario della figlia, che a soli cinque anni ha dovuto subire una delle separazioni più atroci, non solo dai propri genitori (il padre, deceduto per circostanze non del tutto chiarite, e la madre, condannata per quella morte sulla scorta di un processo indiziario), ma anche dai parenti più stretti che, al contrario di un’asettica struttura di accoglienza, avrebbero potuto garantire alla piccola quel minimo di protezione affettiva nell’affrontare una realtà di tali drammatiche proporzioni. Il rischio che i nonni paterni e quelli materni avrebbero potuto contendersi l’affidamento della bimba ha fatto scattare un meccanismo perverso, quello dell’affidamento a un istituto senza considerare le conseguenze che questo provvedimento avrebbe avuto sulla serenità della piccola.

Riporto il testo esattamente come è stato inviato

Sono Lucia Bartolomeo e voglio raccontarvi una brutta storia, di quelle che non vorremmo mai sentire che non vorremmo mai capitasse a noi, poi invece ti accorgi che quel giorno era un brutto giorno che si sarebbe abbattuto sulla nostra casa lasciando un dolore profondo che mai sarebbe stato dimenticato nella vita. Era il 29 maggio del 2007 quando uscii di casa come ogni mattina per recarmi in ospedale per il mio lavoro essendo un’infermiera. Arrivata in reparto giunsero degli agenti di polizia in borghese che mi avevano seguita per tutto il tragitto e mi arrestarono, con l’accusa della morte di mio marito. Ma non è di me che oggi voglio parlarvi, perché contemporaneamente al mio arresto, in quello stesso istante si stava compiendo un’atrocità ben peggiore ai danni di un’anima innocente. Mia madre, come faceva ogni mattina, aveva accompagnata mia figlia, che allora aveva 5 anni, alla scuola dell’infanzia, lasciandola nelle mani di chi doveva prendersi cura di lei in quelle ore di scuola, le sue maestre. Quel giorno era stato organizzato a puntino un piano diabolico ed io e la mia famiglia eravamo all’oscuro di tutto. Mentre la bambina era insieme ai suoi compagni nell’atrio della scuola intenta nel gioco come ogni giorno, arrivarono delle persone che s’improvvisarono dei Babbo Natale fuori stagione. Erano agenti in borghese e assistenti sociali, gli orchi della situazione come i cattivi delle più celebri favole per bambini. Dissero ai piccoli che fra di loro c’era il vincitore di un premio, una vacanza in un mega parco giochi. A mo’ di gioco girarono fra i bimbi e si fermarono proprio davanti alla mia piccola bambina. Quella mattina, come tutte le mattine, l’avevo lasciata nel letto a dormire e prima di uscire le avevo posato un bacio sulla guancia per salutarla, raccomandando come sempre mia madre di prepararla e accompagnarla a scuola. Non sapevo che sarebbe stato un bacio d’addio e che non l’avrei rivista per un anno e due mesi. Una volta che i finti giocolieri individuarono come vincitrice del premio mia figlia, la presero per mano e la convinsero ad andare con loro nel cortile della scuola perché dovevano farle vedere dei giocattoli. La bambina si fidò perché anche le sue maestre uscirono fuori con lei, poi la portarono verso la macchina per farla salire e lì la bambina cominciò a spaventarsi e a piangere disperata chiedendo della mamma. Questi signori la portarono via su disposizione del tribunale dei minori che ne aveva disposto l’allontanamento da casa in concomitanza con il mio arresto. Nel corso degli anni ho potuto vedere dalla cronaca giudiziaria altri casi simili al mio, ma i bambini sono stati affidati automaticamente al ramo materno o paterno. La destinazione era una casa-famiglia per minori di Ostuni, in provincia di Brindisi, dove mia figlia ha passato ben due anni della sua vita. Per tutto il tragitto la piccola piangeva disperata invocando la mamma e gli operatori che la tenevano in custodia provarono a comprarle anche dei giocattoli alla stazione di servizio, ma niente riuscì a placare la sua disperazione. Una volta giunti a destinazione la bambina fu presa in custodia dalle operatrici della struttura, le quali, poi in seguito, relazionarono il suo stato d’animo all’ingresso. La piccola, stanca e stremata dal pianto s’incantò vicino ad un acquario perché gli ricordava quello che aveva a casa, poi passò tutta la notte sul divano rifiutandosi di salire al piano superiore dove c’erano le stanze perché doveva aspettare la sua mamma che l’andasse a prendere. Povera piccola, non sapeva che la sua mamma si trovava in carcere. Il dispositivo dell’allontanamento della piccola da casa riportava, fra le altre cose, queste parole: “Risulta una misura assolutamente necessaria per la tutela del primario interesse ad un anno di sviluppo sereno del minore”. Ora, dico io, come si può parlare di sviluppo sereno del minore quando a questa bambina è stato inflitto un trauma che non dimenticherà per tutta la sua vita? Come può lo Stato italiano approvare delle leggi del genere, ritenendole anche indispensabili, quando sono leggi da paura? Quante famiglie hanno subito tali atrocità? E infine, che necessità c’era di prendere un provvedimento così drastico quando io e mia figlia vivevamo con i miei genitori e quindi, anche se io ero stata arrestata, la bambina aveva i nonni e tanti altri parenti pronti a prendersi cura di lei, senza infliggerle un trauma del genere? Ma dov’è la ragione? Posso capire che provvedimenti come questi debbano essere presi necessariamente in casi di violenza sui minori da parte dei familiari, lì è più che giusto, ma nel caso di mia figlia non c’era nulla del genere perché è stata una bambina sempre amata da tutti e il giudice dei minori, all’atto del mio arresto, ha deciso di isolarla in un istituto per il fatto che i parenti materni e quelli paterni avrebbero potuto creare problemi per contendersela. Può essere mai questa una situazione da risolvere in modo così freddo e sterile, decidendo di prelevare una bambina da scuola con l’inganno e catapultarla in un luogo estraneo fatto di estranei privandola all’improvviso di tutti i suoi affetti più cari a soli 5 anni? Io l’ho potuta vedere dopo un anno e due mesi, quando mi sono stati concessi gli arresti domiciliari e avevo ottenuto il permesso di andarla a trovare una volta al mese per sole due misere ore. La cosa che più mi lasciò scioccata quando la rividi dopo tanto tempo fu il fatto che le avevano tagliato i capelli corti dicendo che era una questione di igiene. Quando stava con me aveva sempre avuto i capelli lunghi. Il momento dell’incontro fu molto emozionante e allo stesso tempo doloroso perché avrei voluto portarla a casa con me, ma non era possibile e doverla lasciare lì in lacrime mi tagliò il cuore a metà. Chiesi alla bambina se la trattavano bene e mi disse di si, ma lei non ci voleva stare in quel posto con degli estranei perché lì non c’era l’amore della sua mamma. Dopo due anni fu dimessa ed affidata ad uno zio paterno con il quale ha vissuto per quattro anni. Al compimento del dodicesimo anno d’età la bambina, ormai adolescente, ha potuto fare una scelta ed è tornata nella sua casa d’origine, con i nonni materni. Oggi mia figlia ha 14 anni ed è diventata una ragazza molto bella, i suoi occhi hanno riacquistato la serenità con l’amore e l’affetto dei suoi nonni e dei familiari che le sono vicini. Viene a trovarmi ai colloqui e il nostro amore è indelebile. È tornata nella sua casa natale, dove sarebbe sempre dovuta restare e da dove mai sarebbe dovuta essere allontanata e allora torno a ripetere, perché tanta crudeltà nei confronti di una bambina così piccola già traumatizzata dalla perdita dei genitori? Chi è stato quell’intelligente legislatore che ha fondato questa legge? Mi auguro soltanto che nessun bambino debba subire un trauma del genere nella sua infanzia come l’ha subito mia figlia, gli assistenti sociali dovrebbero stare vicini alle famiglie e aiutarle anziché trasformarsi negli orchi della situazione. Questa è una storia vera, di quelle che non vorremmo mai sentire, di quelle che non vorremmo mai veder compiersi sulla nostra famiglia, eppure è accaduto. I bambini sono degli angeli e vanno protetti non traumatizzati. Purtroppo un giorno un giudice ha deciso di togliere il sorriso dal volto di mia figlia commettendo un furto d’infanzia.

Lecce 22/11/2015

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