Catene_dell'ingiustizia

Intrappolati nelle catene dell’ingiustizia, di Lucia Bartolomeo


Catene_dell'ingiustizia

Una lettera di Lucia Bartolomeo, che si dichiara innocente, intrappolata nelle catene dell’ingiustizia

Era da molto che aspettavo la possibilità di pubblicare questo articolo, ma Lucia Bartolomeo mi ha preceduto: ha descritto lei, in maniera impeccabile, l’insieme di circostanze che l’hanno condotta a scontare una pena terribile, l’ergastolo. Lucia, alla quale peraltro sono legato da profonda amicizia, si è sempre dichiarata innocente e lo ha ribadito in altre occasioni, oltre che nelle aule di tribunale: attraverso i microfoni di Franca Leosini in “Storie Maledette”, nell’ultima intervista rilasciata per TeleNorba ed ora attraverso questo blog di cui è diventata la collaboratrice principale.

Una piccola premessa: l’idea di parlare del problema carceri è nata in seno ad un’associazione, Forza dei Consumatori, sorta con lo scopo di tutelare i diritti di tutti i cittadini, soprattutto quelli più esposti, quelli più vulnerabili e, dietro suggerimento del suo Presidente che mi ha ricordato il caso dell’”infermiera di Taurisano”, ho deciso di scrivere una lettera a Lucia, volevo conoscere la persona …e così ne è nata un’amicizia speciale che ha dato vita al progetto “Il quaderno di Lucia”, una sezione di questo sito che dà voce a chi non ha voce, e infatti si sono unite a lei anche le sue compagne, Adina, Rumyana, Cinzia, Gina, Gioia e Rossana che oramai animano queste pagine più di quanto non faccia io.

Ognuno, leggendo le loro parole, formulerà sicuramente i suoi giudizi, è giusto che sia così, ma prima di lasciare spazio all’articolo di Lucia Bartolomeo vorrei ricordare questa frase: “…quando dalla certezza nasce un dubbio si può ancora sperare in un raccolto, ma quando da un dubbio nasce una certezza …allora è carestia”

Intrappolati nelle catene dell’ingiustizia, di Lucia Bartolomeo

Dai casi di cronaca giudiziaria: Gino Girolimoni, Enzo Tortora, Giuseppe Gullotta, Filippo Pappalardi, Raffaele Sollecito, Amanda Knox, Raniero Busco …e tanti altri, tutti uniti “in nome della Legge”, dove la Giustizia diventa un terno al lotto. Anni che passano, vicende che si ripetono, processi indiziari in cui giustizia è stata fatta prima dalla stampa che dai tribunali, basta vedere tutte quelle trasmissioni televisive che riescono a deviare le indagini, dove si crea un’ampia e diffusa opinione di colpevolezza spesso diversa da quella processuale. Storie dove regna sovrano il pregiudizio, dove si crea il mostro ideale da sbattere in prima pagina, personaggi che addirittura pagano lo scotto del loro colore degli occhi, cosiddetti “di ghiaccio”. Casi in cui, nonostante il tempo ne abbia dimostrato la totale estraneità ai fatti, rimarranno sempre adombrati dal pesante macigno del tempo trascorso dietro le sbarre, un tempo che nessuno potrà mai restituire loro perché la libertà non ha prezzo. Vicende giudiziarie dove spesso vengono sentenziate condanne all’ergastolo basate su teorie, secondo il libero convincimento del giudice, a prescindere dall’esistenza o meno di prove di colpevolezza.

Sono Lucia Bartolomeo e anch’io purtroppo sono rimasta intrappolata nelle catene dell’ingiustizia con l’accusa di aver tolto la vita a mio marito, nel maggio 2006, con una dose letale di eroina somministrata attraverso una flebo, essendo un’infermiera professionale. Protagonista di un processo esclusivamente indiziario colmo di incongruenze e di debolezze nell’impianto accusatorio …eppure sono stata condannata all’ergastolo in via definitiva, una sentenza così grave ed una punizione troppo pesante considerando che in alcuni casi, per dei “rei confessi”, le pene inflitte son di gran lunga inferiori. Una disamina dei fatti:

– A casa mia la scientifica non è mai venuta.

– La flebo, considerata dagli inquirenti “l’arma del delitto”, non è mai stata    sequestrata né tanto meno esaminata al fine di verificare se contenesse  altro materiale occulto oltre al farmaco Epargriseovit che era stato  prescritto dal medico curante

– Le indagini iniziate dieci giorni dopo dal decesso di mio marito fatte in  modo approssimativo

– SMS telefonici riferiti a voce dal teste chiave del processo secondo i suoi  ricordi, ma mai riscontrati nero su bianco sulle perizie effettuate sui cellulari  dai tecnici informatici incaricati dal tribunale eppure ritenuti fondamentali  nella sentenza di condannata

– Il processo di 1° grado, celebrato con rito ordinario in Corte d’Assise, ha  messo in evidenza una serie di fatti importanti legati proprio allo stato di  salute precario di mio marito: dalle dichiarazioni rese da più di un teste, sia  dell’accusa che della difesa, è evidente che Ettore Attanasio, mio marito,  aveva una condizione di salute precaria e che soprattutto negli ultimi giorni  prima del decesso appariva come una persona smarrita, lamentava  sdoppiamento della vista, aveva una pesante astenia e mancava di  concentrazione

– L’autopsia effettuata sul cadavere di mio marito 17 giorni dopo la sua  morte, dopo l’estumulazione e trovato già in avanzato stato di  decomposizione, non ha permesso di dire nulla circa la causa del decesso.  L’autopsia è stata effettuata nella camera mortuaria del cimitero del paese  e non in un centro specializzato di Medicina Legale

– Successivamente, in seguito al prelievo di alcuni pezzi di organi in fase di  autopsia, sono stati effettuati gli esami tossicologici al fine di verificare  un’eventuale somministrazione da parte mia, di psicofarmaci, vista la mia  professione di infermiera. Gli inquirenti hanno fatto sopralluoghi e  perquisito tutti i possibili posti all’interno dell’ambiente ospedaliero dove  lavoravo. Non si è scoperto nulla e i risultati degli esami tossicologici non  hanno mai riscontrato la presenza di alcun tipo di farmaco, motivo per il  quale ero stata indagata. Fu riscontrata invece nel fegato e nei reni, e non  nel sangue, la presenza di “eroina da strada”, cioè da spaccio e quindi ben  lontana dal settore farmaceutico. Io stessa non sono mai stata collocata  dalle indagini degli inquirenti in zone di spaccio o si smercio di stupefacenti,  né la mia famiglia ha mai avuto problemi di questo tipo

– Mi è stato accollato un movente passionale, ma lo stesso uomo con il  quale avevo una relazione extra coniugale da qualche mese ha dichiarato al  processo che io e lui non avevamo mai fatto progetti di vita insieme. Tutto  questo è solo un piccolo riassunto di una vicenda ingarbugliata, di una  morte inizialmente certificata dai sanitari del 118 in “arresto  cardiocircolatorio da cause presumibilmente naturali” dove nessuno degli  specialisti intervenuti la mattina del 30 maggio 2006, nonostante un’attenta  ispezione del cadavere, aveva avuto il sospetto di qualcosa di macabro.  Erano tutti incompetenti?

Le indagini partite, come già detto prima, 10 giorni  dopo dal decesso sono state avviate in seguito ai pettegolezzi di due  persone, di cui uno era l’uomo con il quale avevo una relazione e l’altra era  sua cognata, entrambi infermieri professionali come me. Queste due  persone hanno innalzato un castello di sabbia sulla mia persona, un castello  che, nonostante non avesse fondamenta, è stato appetibile per la Procura. Sono stata condannata in base a dei pregiudizi che sanno tanto di maschilismo e non di prova certa, un processo tendente alla condanna fin dall’inizio. Da un punto di vista culturale la presunzione di colpevolezza ha superato la presunzione d’innocenza, eppure la nostra Costituzione dice esattamente il contrario. In Italia basta un avviso di garanzia e sei distrutto. Sicuramente ho avuto una colpa in questa triste vicenda, quella di aver tradito mio marito, ma non si può condannare una persona all’ergastolo per un tradimento e soprattutto senza prove certe.

Lecce, 27 gennaio 2016                  Lucia Bartolomeo

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