Lucia_Bartolomeo

Il lavoro rende liberi, la testimonianza di una sartina di Made in Carcere, Lucia Bartolomeo   Aggiornato recentemente


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Da una lettera di Lucia Bartolomeo, sartina “veterana” di Made in Carcere, una significativa testimonianza di come il lavoro sia la più efficace forma di riscatto sociale

Il lavoro rende liberi. Questo titolo, pubblicato nel Giorno della Memoria, può evocare i tragici giorni della follia nazista, ma è solo una curiosa coincidenza: al contrario della beffarda scritta che accoglieva gli ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz è la reale testimonianza di come, anche e soprattutto, all’interno di un carcere sia la più alta ed efficace forma di riscatto e integrazione. Lucia Bartolomeo, il cui caso nasconde ancora lati poco chiari sui motivi che l’hanno condotta a scontare una pena gravissima, descrive come, pur nella tristezza e nel grigiore di un carcere, sia proprio il lavoro a dare la forza per reagire, per rimettersi in gioco nonostante tutto e il merito, in questo caso, va riconosciuto all’Officina Creativa di Made in Carcere, un’eccellente dimostrazione di come imprenditoria ed impegno sociale possano coesistere in maniera armonica riempiendo quelle lacune che, ahimè, lo Stato non riesce a sopperire

Sono Lucia Bartolomeo, una veterana di Officina Creativa. Lavoro per il progetto di Made in Carcere da circa sei anni e ogni singolo giorno trascorso nel laboratorio per me è stato motivo di orgoglio e di riscatto. Stare in luoghi come questo non è affatto facile, essere catapultati da un giorno all’altro da una realtà di vita quotidiana con la propria famiglia, gli amici, le proprie abitudini, il proprio lavoro e ritrovarsi in una dimensione completamente diversa ti toglie il senso dell’orientamento e solo avendo tanta forza di volontà e voglia di combattere che si riesce ad adattarsi alla nuova situazione, altrimenti è il buio totale.

Fuori svolgevo una professione non a caso, ma che avevo scelto di fare fin da piccola, ero un’infermiera e prendermi cura dei malati con devozione mi faceva sentire bene con me stessa perché sentivo di essere utile al prossimo. Poi, varcando la soglia del carcere, un lontano giorno del 2007, la mia uniforme ospedaliera è rimasta appesa nell’armadio della mia stanza a casa e con lei sono rimasti appesi anche i miei sogni, ma non i ricordi, perché quelli li custodisco gelosamente nel mio cuore. Un giorno, fra queste mura, ho conosciuto una persona che mi ha dato una stretta di mano e mi ha fatto sentire il calore delle speranza, mi ha accolta nel suo piccolo paradiso che è il laboratorio di Made in Carcere.

Non posso negare il fatto che un po’ di paura ce l’avevo, paura di non essere all’altezza dell’opportunità che mi veniva offerta perché nella mia vita non avevo mai usato una macchina da cucire, il settore sartoriale era qualcosa di completamente nuovo per me e la fila per entrare a lavorare era lunga, ma per la mia datrice di lavoro questo non era essenziale, erano ben altre le doti che cercava nelle sue sartine: l’umiltà, la volontà e l’impegno verso il progetto in cui lei stessa ha investito tutte le sue forze. Era molto importante per me fare parte di quel bel gruppo di persone che giorno dopo giorno si impegnavano nella realizzazione di tanti bei manufatti, utili e colorati, accessori parlanti che raccontavano, ognuno di essi, una storia, nati dal riciclo di tessuti con tanta voglia di rimettersi in gioco, proprio come le persone che li riutilizzavano trasformandoli in veri e propri gioielli da indossare ognuno rappresentante il suo modello particolare con tanto di nome altrettanto particolare quale ad esempio “l’Inseparabile”. E’ così che sono riemersa dalle ceneri come l’Araba Fenice ed ho ricominciato pensando che potevo ancora fare qualcosa per me e per gli altri. Mi sono impegnata al massimo per intraprendere questo nuovo mestiere e ce l’ho fatta, ho imparato a cucire e oggi vado veloce come il vento.

Un giorno ricordo che ero particolarmente triste e Luciana Delle Donne, arrivando in laboratorio come un uragano, colse il mio stato d’animo a pezzi e mi diede una scossa, mi disse che “il dolore è una perdita di tempo e comunque  noi non ce lo possiamo permettere” parole che dette così fanno un po’ d’impressione, ma analizzate in ogni singolo punto rappresentano un messaggio forte che sprona ad andare avanti e non rimanere intrappolati nelle catene della sofferenza. Queste parole sono diventate delle perle preziose, uno dei motti di Officina Creativa. Made in Carcere è un progetto dal valore umano inestimabile, qui dentro rappresenta una goccia nel mare perché sono poche le persone che hanno avuto la possibilità di farne parte, rappresenta l’uguaglianza dove diverse etnie si incontrano in un unico valore che è la fratellanza dove non esistono differenze di nazionalità, ma si lavora fianco a fianco nel rispetto di tutto e di tutti stringendosi la mano. Purtroppo il lavoro in carcere è scarso e quindi io mi sento una prescelta unitamente alle mie compagne con le quali condivido le mie giornate lavorative. Noi, a differenza di tante altre, la mattina tendiamo la mano per spegnere la sveglia che suona incalzante e ci avvisa che è l’ora di alzarsi e prepararsi per andare al lavoro, un po’ come succedeva fuori nella vita quotidiana quando mi preparavo per andare a svolgere il mio turno in ospedale. Questo lavoro mi fa sentire realizzata pur essendo reclusa, mi fa sentire indipendente ed utile, visto che percepisco un regolare stipendio, non peso sulla mia famiglia e posso contribuire ai bisogni di mia figlia. Tutti abbiamo il sacrosanto diritto alla seconda opportunità.

17/01/2016,  Lucia Bartolomeo

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